Antiquarium Arborense, la storia
Fin dalle sue origini, l’attuale Museo civico di Oristano, fondato con il nome di Antiquarium Arborense, incarna le radici profonde di una comunità in dialogo con il passato. Il progetto nacque dall’acquisizione, voluta dal Comune e dal Podestà Paolo Lugas, della grandiosa collezione privata di Efisio Pischedda – avvocato di Seneghe –, che raccoglieva migliaia di reperti provenienti dalle campagne nuragiche del Sinis e, soprattutto, dalla necropoli fenicio-punica di Tharros. Questo gesto culturale segnò l’inizio di un percorso destinato a valorizzare Oristano non solo come custode di oggetti, ma come portatrice di una memoria condivisa.
La scelta di istituire un museo nella città di Oristano non fu casuale, ma rispose a un’esigenza profonda, radicata nel legame storico che unisce la città al suo territorio. È una decisione che nasce dall’interno, dalla lunga storia di una capitale giudicale che nel tempo è diventata punto di riferimento per tutto il medio alto Campidano, una città che ha sempre raccolto, custodito e rielaborato ciò che proveniva dal proprio orizzonte culturale.
In questo contesto il celebre passo di Giovanni Francesco Fara, «Portant de Tharros sa perda a carros», può essere inteso come una metafora più che come un resoconto letterale. «I profughi trasportarono materiali architettonici marmi, colonne, capitelli nella nuova capitale del Giudicato di Arborea», ricorda il documento, ma la storiografia contemporanea invita a superare la rigidità della datazione tradizionale del 1070 e l’idea di una migrazione diretta e meccanica. Quel trasferimento va letto come un processo lungo e stratificato, frutto di molte cause e di tempi diversi, non riconducibile a un singolo episodio.
Ciò che emerge con chiarezza è la capacità plurisecolare di Oristano di trasformare ciò che riceve in identità, linguaggio, memoria condivisa. La città non accumula, metabolizza. Ogni frammento che entra nel suo orizzonte culturale diventa parte di una continuità che attraversa i secoli e che definisce la sua postura di capitale capace di accogliere e rielaborare diversità, riti, simboli, eredità politiche, gesti collettivi. Nulla viene custodito in modo passivo. Tutto viene reso coerente con la propria storia e integrato in un racconto che si rinnova.
Per questo l’istituzione di un museo non apparve allora, come non appare oggi, un gesto isolato o tardivo. Fu la prosecuzione naturale di una vocazione antica. Oristano, che fu centro politico, giuridico e culturale dell’Isola, divenne con la nascita dell’Antiquarium Arborense il luogo in cui il proprio passato trovava una forma di interpretazione consapevole, in continuità con la sua tradizione di città che raccoglie e rielabora ciò che proviene dal territorio.
Dal collezionismo privato al Museo
Nel corso del Settecento e dell’Ottocento, questa connessione divenne materiale: nobili e membri del clero arricchirono le proprie dimore con reperti e gioielli da Tharros.
La fama dei collezionisti oristanesi acquisì interesse fra studiosi ed appassionati non solo italiani ed alimentò relazioni di scambio, forse non solo di studio, che nutrirono l’esotica ricerca di tesori specie della mitica Tharros.
La storia delle ricerche archeologiche in Sardegna, nel Sinis e nell’antica Tharros, fu segnata da saccheggi e scavi non autorizzati, fino all’intervento regolatore del Canonico Giovanni Spano, precursore dell’archeologia sarda, e dagli scavi sistematici condotti fra il 1853 e il 1854 da Gaetano Cara.
L’epoca successiva vide la dispersione dei reperti fra aste, vendite e acquisizioni museali, mentre una parte significativa restava nella città, contribuendo in modo incisivo alla costruzione di una sensibilità cittadina che pose le basi per la futura fondazione del museo.
Con la morte di Pischedda nel 1930 e grazie all’interesse di studiosi come Doro Levi, al cui impulso si deve la costituzione formale del primo museo archeologico del territorio e di Oristano. La formalizzazione avvenne con Deliberazione della Consulta Municipale di Oristano, presieduta dal podestà Avvocato Paolo Lugas, il 26 febbraio 1938.
Negli stessi mesi, sempre su stimolo del Soprintendente Doro Levi, il Comune di Oristano provvide all’acquisto della collezione archeologica dell’Avvocato Efisio Pischedda, con delibera podestarile del 9 luglio 1938.
La collezione allocata in uno stabile “insignificante dove gli oggetti furono esposti alla rinfusa, come in un basa” [Giovanni Lilliu, introduzione a “L’Antiquarium Arborense e civici musei archeologici della Sardegna”, Banco di Sardegna, 1988] dovrà attendere la fine della guerra per trovare sede nell’attuale palazzina della Proloco oristanese, in via Cittadella de Minorca (allora via Vittorio Emanuele) la sua sede che rimarrà tale sino al grande furto del 1963.
Il grande furto segnò profondamente la ricchezza delle testimonianze dell’Antiquarium Arborense che conquisterà la piena titolarità di museo d’ente locale grazie alla dalla L. 1080 / 1960 e dal Decreto Interministeriale (Ministero degli Interni e Ministero della Pubblica Istruzione) del 15 settembre 1965.
Con la Deliberazione di Consiglio Comunale di Oristano del 16 Aprile 1968 n. 7, l’Antiquarium avrà il suo primo Regolamento, successivamente del suo primo Statuto e carta dei servizi (ultimi aggiornamenti, 2014 3 2022).
La nuova sede
Il clamoroso furto del 1963 e le gravi perdite di importanti preziosi imposero l’emergenza di un luogo centrale e di richiamo che rendesse onore alle preziose testimonianze custodite nell’Antiquarium.L’attenzione dell’amministrazione, caldeggiata dai Professori Doro Levi e Giovanni Lilliu, sin dagli anni successivi alla guerra, era riposta sullo storico e centrale Palazzo Parpaglia.
Così fu e dopo un lungo iter, avvenne il 28 novembre 1992. primo direttore fu Giuseppe Pau.
La scelta della sede cadde su Palazzo Parpaglia, edificio neoclassico ottocentesco, appartenuto alla famiglia Parpaglia e donato alla città: un luogo simbolico, che dal 1992 ospita in modo stabile l’Antiquarium Arborense, oggi Museo civico, intitolato allo studioso Giuseppe Pau (noto Peppetto).
La sede storica dell’Antiquarium è rimasta tale o con poche modifiche dal 1993. Da oltre un anno, lo storico palazzo Parpaglia è oggetto di un riammodernamento che consentirà una migliore fruibilità della struttura e delle sue esposizioni.